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Ryanair ha appena firmato un accordo AI da cinque anni con Google. Solo il 12% dei CEO vede già un ritorno.
Il 12 agosto Ryanair ha annunciato una partnership quinquennale con Google Cloud. Porterà Gemini Enterprise, i modelli DeepMind e gli strumenti di Workspace a 35.000 dipendenti, con l’obiettivo dichiarato di sostenere la crescita verso 300 milioni di passeggeri l’anno entro il 2034. Arriva poche settimane dopo che Ryanair aveva rinnovato per altri cinque anni l’accordo con AWS, passando così a un’architettura dual-cloud pensata per restare operativa anche se un fornitore ha un’interruzione di servizio. Eppure, secondo il 29esimo Global CEO Survey di PwC, condotto tra il 30 settembre e il 10 novembre 2025 su 4.454 amministratori delegati in 95 paesi, solo il 12% dichiara di aver ottenuto sia risparmi sui costi sia crescita dei ricavi dall’AI. Il 56% non ha ancora visto un beneficio finanziario significativo di nessun tipo.
La corsa ai contratti miliardari non coincide con l’adozione reale
Nell’ultimo anno gli annunci di partnership AI enterprise si sono moltiplicati. Il 13 agosto IBM ha annunciato una partnership con OpenAI per portare i suoi modelli nella consulenza enterprise, mentre il 17 agosto Nvidia ha comunicato fino a 105 miliardi di dollari di finanziamento per un data center di OpenAI in Ohio. Gartner prevede che entro il 2026 il 40% delle applicazioni aziendali includerà agenti AI dedicati a compiti specifici, contro meno del 5% nel 2025. La disponibilità di budget e di tecnologia, però, non si traduce automaticamente in valore misurabile per chi la adotta. Nella survey PwC, i CEO che dichiarano guadagni finanziari concreti sono da due a tre volte più spesso quelli le cui aziende hanno integrato l’AI in modo esteso, nei prodotti, nella generazione della domanda, nelle decisioni strategiche. Non in un singolo progetto pilota isolato in un reparto. A inizio agosto PwC ha pubblicato anche una Snapshot di metà anno su 351 di quei CEO, condotta tra maggio e giugno 2026. Il quadro non è cambiato di molto, il 18% riporta solo risparmi sui costi, il 4% solo crescita dei ricavi, il 9% entrambi. Il dato di gennaio, insomma, regge ancora sette mesi dopo.
Un broker assicurativo americano racconta cosa succede quando l’adozione è reale
Il 18 agosto IMA Financial Group, broker assicurativo americano con oltre 3.000 dipendenti, ha annunciato di aver raggiunto un’adozione dell’AI a livello aziendale. Più del 95% degli associati la usa ogni giorno, in migliaia di flussi di lavoro agentici. Il CEO Rob Cohen ha descritto il percorso, legato all’obiettivo dichiarato nel 2020 di diventare il “Broker of the Future”, come una trasformazione delle persone più che della tecnologia, costruita su formazione specifica per ruolo, governance responsabile e innovazione guidata dagli stessi dipendenti piuttosto che imposta dall’alto. La vicepresidente Megan Cullen-Meyer ha aggiunto che l’azienda non ha esternalizzato il modo in cui l’AI viene applicata al business. Ha dato agli associati gli strumenti per automatizzare il lavoro più ripetitivo, attraverso un laboratorio interno dove dipendenti, tecnologi e specialisti AI trasformano idee e progetti pilota in soluzioni che coprono l’intera organizzazione. Il comunicato non riporta cifre su ricavi o risparmi, il risultato che rivendica è la scala e la profondità dell’adozione, non un ritorno economico quantificato.
La profondità dell’integrazione conta più della taglia del contratto
Ryanair può permettersi un accordo da centinaia di milioni con Google Cloud, ma la survey di PwC lega i ritorni concreti soprattutto alla profondità dell’integrazione dell’AI nei processi, più che alla taglia del budget stanziato. IMA, che non ha né le dimensioni né la copertura mediatica di una compagnia aerea globale, dimostra un’adozione reale e diffusa lavorando su governance e formazione, non su un singolo annuncio. Per un’azienda italiana di dimensioni medie, il segnale utile in queste due storie sta nelle domande da risolvere prima di firmare un accordo o attivare una licenza. Chi userà davvero gli strumenti, su quali processi, con quali regole di supervisione, conta più dell’entità dell’investimento iniziale. I CEO del rapporto PwC che hanno risposto a queste domande per primi sono anche quelli che oggi mostrano ai loro consigli di amministrazione un ritorno che si può misurare, non solo raccontare.