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Il dato dice una cosa. Il manager decide l'opposto. E spesso ha ragione

Nelle aziende italiane il conflitto tra dato e decisione del manager viene trattato quasi sempre come un problema di cultura, di resistenza al cambiamento, di insufficiente data literacy. Questa diagnosi è comoda ma spesso risulta essere sbagliata. Negli ultimi anni si è consolidata una narrativa precisa sul modo in cui le organizzazioni dovrebbero prendere decisioni. I dati devono guidare e le opinioni devono cedere ai numeri (ndr mi metto tra questi). Chi decide basandosi sull'esperienza invece che sui report sta operando in modo non moderno. Le aziende che investono in dashboard, analytics e AI lo fanno anche per sostituire la variabile umana con qualcosa di più oggettivo. Il problema è che questa narrativa descrive un mondo che non esiste.

Cosa sa il dato e cosa non sa

Un sistema di analytics registra quello che è stato configurato per registrare. Le vendite per canale, il tasso di conversione, il valore del cliente nel tempo. Misure reali, utili, necessarie ma parziali per definizione. Quello che un dato non registra è altrettanto reale. Non registra che quel cliente sta attraversando una ristrutturazione interna e tra sei mesi cambierà interlocutore. Non registra che quella trattativa apparentemente fredda è bloccata da un problema di budget temporaneo che si risolverà nel prossimo trimestre. Non registra che il responsabile acquisti con cui il team commerciale ha costruito un rapporto negli ultimi tre anni sta per lasciare l'azienda. Queste informazioni esistono e spesso vivono solo nella testa del manager. Sono il risultato di anni di osservazione diretta, conversazioni, pattern riconosciuti prima che diventassero dati. Non sono intuizioni nel senso romantico del termine. Sono conoscenza strutturata che nessun sistema ha ancora codificato, semplicemente perché nessuno ha mai progettato un modo per farlo. Quando il manager decide in modo diverso da quello che il dato suggerirebbe, spesso sta usando questa conoscenza. Non sta ignorando i numeri ma sta integrando i numeri con informazioni che i numeri non contengono.

Il vero problema non è il conflitto ma come viene trattato

In molte organizzazioni il conflitto tra dato e giudizio del manager non viene mai analizzato come fonte di informazione ma anzi viene gestito come frizione da ridurre. Il manager viene formato per fidarsi di più dei dati. Ma la domanda che nessuno fa è quella più utile: cosa sa il manager che il dato non sa ancora? Le organizzazioni più avanzate su questo fronte non stanno cercando di eliminare il giudizio del manager ma stanno cercando di renderlo visibile. Stanno costruendo processi in cui la divergenza tra raccomandazione del sistema e decisione del manager non viene ignorata, ma documentata. Perché ha scelto diversamente? Quali informazioni stava usando? Cosa si è rivelato corretto nel tempo? È da questa documentazione sistematica che emerge qualcosa di utile, ovvero la mappa di quello che i dati non sanno ancora vedere. E quella mappa è esattamente quello che serve per migliorare i modelli e rendere le decisioni più solide, non perché il manager abbia ceduto ai dati, ma perché i dati hanno imparato dal manager.

La domanda che vale la pena fare

Prima di investire in un sistema che supporti le decisioni, vale la pena porsi una domanda diversa da quelle usuali. Non solo vale la pena chiedersi se i nostri dati sono abbastanza buoni o se il nostro team sa leggere i dati. Vale la pena chiedersi anche quando il manager decide diversamente da quello che il dato suggerisce, su cosa si sta basando? Quella conoscenza è documentata da qualche parte, o esiste solo nella sua testa? E se esiste solo nella sua testa, cosa succede quando cambia ruolo, o lascia l'azienda? Il valore di un sistema decisionale non si misura solo sulla qualità dei dati che elabora. Si misura anche su quanto riesce a catturare la conoscenza che i dati non contengono ancora. Che è spesso la conoscenza più preziosa che un'organizzazione ha.