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Il chatbot deve dichiararsi. Solo il 12% delle aziende lo faceva già.
Da sabato, mentre buona parte dell’Italia era già diretta verso il mare, è scattato uno degli obblighi più concreti dell’intero AI Act. I chatbot e gli assistenti virtuali che parlano con clienti o dipendenti devono dichiararsi come sistemi automatizzati, in un punto visibile della conversazione, non in un’informativa che nessuno apre. Le sanzioni per chi non si adegua arrivano fino al 3% del fatturato mondiale. Secondo l’ultimo rapporto Etalentum sulle PMI italiane, oggi lo fa solo il 12% delle aziende.
L’obbligo è arrivato prima delle ferie
L’articolo 50 dell’AI Act riguarda chi usa sistemi che interagiscono con le persone, chi genera contenuti sintetici o deepfake, e chi impiega riconoscimento delle emozioni o categorizzazione biometrica nei casi che la legge permette ancora. Le forme più invasive di questi due sistemi sono infatti già vietate dall’articolo 5, in vigore dal febbraio 2025, il riconoscimento delle emozioni sul lavoro e a scuola, la categorizzazione biometrica usata per dedurre razza, orientamento sessuale, opinioni politiche o fede religiosa. L’obbligo di trasparenza scattato il 2 agosto riguarda quindi gli usi residui di quei due sistemi, mentre per chatbot e contenuti sintetici vale senza eccezioni, tanto il bot che risponde ai clienti sul sito quanto il team marketing che genera immagini o testi con l’AI per una campagna, se il contenuto va al pubblico e sembra fatto da una persona, va etichettato come sintetico. Per alcuni sistemi generativi già sul mercato esiste una proroga tecnica fino al 2 dicembre, ma l’obbligo di dichiararsi come macchina no, quello vale da questo weekend, anche per i sistemi appena messi in servizio. In Italia il compito di vigilanza spetta all’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, con l’Agenzia per l’Italia digitale come autorità di notifica per gli organismi di valutazione della conformità, assegnazione arrivata con la legge 132 del 2025. Il Garante Privacy e le autorità di settore, Bankitalia e Consob comprese, restano competenti sulle rispettive materie.
Tra chi si è mosso e chi no c’è una certa distanza
I numeri di Etalentum raccontano un sistema produttivo a due velocità. Il 40% delle grandi aziende quotate ha già un’integrazione strutturata dell’AI, contro il 9% delle piccole e medie imprese, mentre per quasi metà delle PMI l’uso resta sporadico o assente. Solo il 23% delle organizzazioni ha adempiuto agli obblighi di AI literacy previsti dall’articolo 4, e il 39% non ha ancora scritto una policy interna sull’uso dell’AI generativa. Dove una policy esiste, a deciderla è quasi sempre la direzione generale insieme a IT, mentre le Risorse Umane restano il reparto che sperimenta di più. Il volume di documenti e comunicazioni che gestisce ogni giorno lo rende un banco di prova naturale, un posto dove misurare i benefici prima di estendere gli strumenti al resto dell’azienda. Per Jaume Alemany, CEO di Etalentum Italia, questa distanza tra grandi e piccole imprese riguarda anche la Spagna e altri paesi con un tessuto produttivo fatto soprattutto di PMI, dove manca una struttura manageriale con ruoli dedicati alla conformità e l’imprenditore finisce per portarsi dietro da solo un compito che altrove è di un intero team legale. Chi si è mosso per tempo, comunque, lo ha fatto guardando ai numeri più che alle sanzioni. Secondo il Pwc AI Barometer 2026 le aziende con alta esposizione all’AI crescono in produttività del 34% rispetto al 2018, contro il 24% dei settori a bassa esposizione, e il quinto più integrato arriva al 163%.
Cosa cambia per chi ha già un chatbot in produzione
Le aziende che si sono mosse in anticipo non hanno seguito un progetto trimestrale, hanno risolto tre cose alla volta. Il chatbot che risponde ai clienti dichiara la propria natura in un punto visibile della conversazione, spesso una riga nel primo messaggio. C’è una persona, in genere nella direzione generale o in IT, che sa rispondere a una richiesta di verifica da ACN o dal Garante. E la policy interna sull’uso dell’AI generativa, quando esiste, non si concentra solo sulla sicurezza informatica ma copre anche formazione e supervisione, i due ambiti che il rapporto Etalentum segnala come più trascurati. Alemany la inquadra come un’occasione più che come un obbligo, un modo per integrare l’AI nei processi aziendali e guadagnare un vantaggio competitivo su chi aspetta. I numeri del Pwc Barometer raccontano la stessa cosa da un’altra angolazione. La differenza tra chi guida e chi insegue si misura già oggi in produttività, prima ancora che in conformità.